Indignati o consapevoli?

L’indignazione è uno stato d’animo sinonimo dello sdegno: ci si indigna perché qualcosa supera il limite della tolleranza, perché non si sopporta più una determinata situazione. E’ una parola forte, commisurata ai tempi in cui viviamo, di crisi e cambiamento. Sia chiaro, senza crisi, non c’è cambiamento. Siamo in una fase di passaggio epocale, viviamo un momento storico che sembra non appartenerci, sembra che tutto accada senza la possibilità di una nostra azione sociale. Individualità e collettività mai sono stati così sganciati, se non in fasi storiche di transizione, in epoche, appunto, di passaggio. Se ci voltiamo scopriamo che la ciclicità di questi momenti è drammaticamente lineare. Fondazione, crescita, sviluppo, maturazione, declino, crisi, cambiamento e poi ancora, di nuovo, si riparte. Il divenire è un movimento ciclico, eppure determinato. E le azioni degli attori in campo si uniformano ai modelli precedentemente acquisiti, senza che, però, i modelli ideologici di riferimento siano più presenti. Il vuoto ideologico lascia spazio, finalmente, alla disamina dei problemi reali. Le ragioni dell’indignazione ci sono tutte: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea, le Agenzie di rating, le multinazionali, i grandi centri finanziari, i politici insipienti stanno giocando a carte scoperte e hanno portato lo scontro nel cuore dell’Occidente, in quei paesi chiamati spregiativamente PIGS (Portogallo Italia, Grecia, Spagna). L’Irlanda, che appartiene al mondo anglosassone, sembra che se la stia cavando, ma a quale prezzo per i clienti della Bank of Ireland e per i cittadini irlandesi? Il tavolo da gioco, adesso, è in Italia, un pezzo grosso della scacchiera che stanno cercando di far saltare per nascondere Stati Uniti e Inghilterra, i veri colpevoli della finanziarizzazione dell’economia. E’ un gioco difficile da capire, ma facile da spiegare: la crescita continua dell’economia non può continuare all’infinito, il re è nudo. Come non giustificare, dunque, l’indignazione per i prezzi che aumentano, i servizi essenziali che diminuiscono, la disoccupazione che cresce e la piramide sociale sempre più divaricata a vantaggio del vertice? Gli stipendi di grandi manager e finanzieri sono addirittura più alti di prima del 2008, anno in cui gli Stati Uniti hanno deciso di salvare Wall Street e le grandi banche invece degli americani e, mentre la Grecia se crolla fa rumore, l’Italia può far saltare un equilibrio che, necessariamente, deve mutare. Ecco perché gli indignati hanno manifestato ma, ingenuamente, in Italia non hanno fatto operazioni simboliche e mediatiche come negli altri paesi, hanno, invece, organizzato una grande manifestazione di piazza. Anche Mario Draghi, ex Goldman Sachs, ha mostrato comprensione verso le ragioni dei manifestanti. Tranne che per gli scontri, naturalmente. Ed eccoci arrivati al punto. La rabbia. Se c’è un problema, qualunque esso sia, si può essere indifferenti o iniziare un percorso di consapevolezza. Questo percorso può portare allo sdegno, alla rabbia fine a se stessa ed autodistruttiva oppure al cambiamento. Perché, però, tutto cambi, è impossibile restare immobili negli schemi precostituiti di un percorso lineare e ossessivamente ciclico. Bisogna porsi di fianco ai problemi per esplorare possibili soluzioni, pensare laterale, come afferma Edward De Bono. Utilizzare la risposta della violenza è un percorso consolidato. Rivolte sociali – ieri la Grecia e domani l’Italia – e guerre circoscritte – prima l’Iraq e l’Afghanistan, dopo l’Iran – servono a nascondere i bisogni e le domande di democrazia dal basso, a non affrontare i nodi economici della decrescita sostenibile.
Si rende necessario, quindi, cominciare un percorso di rivoluzione interiore, fermamente gandhiana, avulsa dal modello ciclico e, al contempo, lineare, occidentale. “C’è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all’angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente”. Così Jiddu Krishnamurti individuava l’unico percorso possibile, quello di una radicale trasformazione dei valori individuali e collettivi, di un rovesciamento delle prospettive, di un difficilmente accettabile confronto con la realtà che non passa attraverso la cristallizzazione delle esperienze passate, ma si situa nel ripensamento del rapporto del sé con i principi fondanti dell’agire individuale e collettivo. Un percorso di questo tipo inizia dal rapporto dell’individuo con l’ecosistema, dalla diminuzione dell’impronta che ognuno di noi lascia nell’ambiente in cui vive, opera, agisce, dallo studio degli effetti e delle reazioni delle nostre azioni singole e plurali. Il concetto di rete, di sistema di relazioni, è lo strumento in grado di cogliere la complessità attuale di una globalizzazione che non è solo economica e che rischia di far sparire definitivamente la ricchezza della differenza ecosistemica, sociale e culturale. Ecco, allora, un obiettivo da perseguire, una finalità da raggiungere: essere consapevoli che l’annullamento delle differenze, la riduzione alle sole dimensioni di altezza e larghezza, rischia di farci dimenticare l’importanza della profondità. Non siamo figure piatte inserite in un mondo tridimensionale, siamo, invece, fili di una ragnatela minuscola, intrecciata a mille altre delicate, sottili e fragili ragnatele.

Autore Virginiano Spiniello, Settimanale Il Ponte, 22 ottobre. Copyright Associazione culturale Giovanni Spiniello

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