Un centro studi per la protezione ambientale di Campania e Basilicata

Mentre a Gesualdo si attende a breve il parere di compatibilità ambientale della Regione sull’avvio del primo pozzo esplorativo i relatori del Convegno di Viggiano del 19 gennaio su petrolio acqua e sismicità, professori ed esperti di chiara fama, hanno inviato alle Regioni Campania, Puglia e Basilicata, un documento nel quale richiedono di far istituire urgentemente un Centro Studi per la Protezione Ambientale nelle aree interessate da attività petrolifere attuali e future. «Lo scopo del Centro Studi – dichiara Albina Colella, ordinaria di Geologia all’Università della Basilicata e relatrice – è quello di raccogliere dati, effettuare misure e analisi, gestire i monitoraggi integrati continui in un territorio molto complesso.
Dovrebbe basarsi su un accordo programmatico tra Campania e Basilicata e potrebbe essere finanziato con fondi europei prevedendo la partecipazione diretta dei sindaci dei territori interessati. Le osservazioni sull’Alta Val d’Agri valgono anche per il Vallo di Diano e per l’Irpinia perché, in varia misura, questi territori condividono caratteristiche geologiche simili: occupano aree dell’Appennino meridionale ad alta pericolosità sismica, sono ricche di risorse idriche, a densità demografica, a vocazione agricola e con beni naturali protetti. Se un monitoraggio integrato continuo fosse stato realizzato in Alta Val d’Agri sin dall’inizio delle attività petrolifere, sarebbe stato possibile non solo accertare le modalità dell’inquinamento, ma anche l’identità dell’inquinatore tramite l’acquisizione del cosiddetto dato di “bianco”, ovvero delle caratteristiche delle varie matrici ambientali, tra cui acqua, aria, suolo, antecedenti alle modifiche antropiche di cui si vogliono valutare gli effetti inquinanti». Non un alibi per effettuare le trivellazioni, quindi, bensì un’occasione per ripensare le politiche su acqua e ciclo dei rifiuti. Ma quali sono i rischi? E ci sono contromisure efficaci? «Per ridurre il rischio di contaminazione, in osservanza della normativa vigente, bisogna delineare aree di salvaguardia di sorgenti, pozzi e specchi d’acqua che forniscono o possono fornire acque destinate al consumo umano. Le attività petrolifere, così come finora attuate, sono incompatibili con le problematiche di territori d’importanza strategica idrogeologica nazionale per l’abbondanza di acque sotterranee e superficiali; nel contempo il sottosuolo, con faglie attive e ad elevata pericolosità sismica, non offre garanzie di sicurezza per le tubazioni metalliche verticali ed orizzontali dei pozzi petroliferi in occasione di violenti sismi. Ove non sia possibile una sospensione delle attività petrolifere, riteniamo necessario intervenire per contenere il danno con le proposte presentate che tuttavia non escludono completamente i rischi. Tutte le attività petrolifere sono centri di pericolo d’inquinamento che, secondo l’Agenzia per l’Ambiente americana, valgono un rischio da 7 a 8 su una scala fino a 9. Esistono regole codificate per la perforazione petrolifera, ma accade talvolta che esse siano aggirate o per incompetenza tecnica o per motivi commerciali riferiti ai parametri costi-tempo e di conseguenza avvengono gli incidenti. Poi c’è il problema dello smaltimento degli scarti petroliferi, rappresentati da grandi quantità di fanghi di perforazione e di acque tossiche di produzione e, infine, il trasporto del petrolio». Quali sono i danni rilevati? «Se dobbiamo considerare quello che è accaduto in Alta Val d’Agri – conclude Colella -, non possiamo ignorare l’inquinamento prodotto da incidenti di autobotti che hanno sversato petrolio sul suolo, inquinandolo, rotture di oleodotti con sversamento di inquinanti, fanghi petroliferi tossici sepolti poco sotto terreni agricoli coltivati, con inquinamento ambientale irreversibile, incidenti presso i pozzi, falde acquifere contaminate da idrocarburi e metalli pesanti, idrocarburi entrati nella catena alimentare, acque di invasi destinate ad uso umano contaminate da idrocarburi e metalli pesanti. Anche se in quest’ultimo caso non c’è la prova certa della fonte degli idrocarburi, proprio per mancanza del dato di “bianco”, i sospetti di un’origine industriale sono forti».
Virginiano Spiniello, Il Mattino, Redazione di Avellino 16/02/2013

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