La funzione dell’arte nel sociale. Dichiarazione di lavoro. Giovanni Spiniello, 1977

Nel 1977, Giovanni Spiniello, che ha creato la scultura L’Albero Vagabondo, ideata da Virginiano, formalizzò in questa dichiarazione la sua concezione della funzione dell’arte nel sociale. Era il punto di partenza e di arrivo di un percorso che aveva iniziato negli anni ’60 sulle aie dei contadini, facendo partecipare i bambini alle prime operazioni collettive di azione sociale. Erano le prime feste del colore.
E’ una dichiarazione ancora attuale e che ricorda le radici della nostra associazione, L’Albero Vagabondo, il cui scopo è promuovere l’educazione, l’informazione e l’arte ambientale attraverso azioni collettive di arte nel sociale e le favole dello Spirito del Re Albero e della Rivolta delle Pecore.

Operare in campo visivo per me non significa continuare una ricerca solipsistica del rapporto con il sociale, ma il fondersi tra ricerca di laboratorio e azione sociale. In questa visione prendono corpo gli interventi di animazione grafica e didattica popolare, azioni che assumono un valore di identificazione poiché esse hanno come dimensioni di spazio luoghi depressi e costantemente dimenticati, paesi dell’entroterra irpino, le aie, dove da millenni si vive la realtà concreta del lavoro dei contadini, che diffidenti mi guardano sorpresi perché offro loro pennelli, colori, rulli. Poi i bambini sono i primi a rompere il ghiaccio entusiasti di questo nuovo gioco, si danno a dipingere tutto e rilevare le orme dei tombini, elementi poveri e insieme composizioni geometriche pure Dipingono il suolo, gli alberi, le panchine, persino le automobili. Il coinvolgimento è totale e l’estetica in queste azioni non è più il buon quadro, ma il risveglio di nuovi orizzonti per questi bambini abbandonati a sé stessi ed alla strada. Di sfuggita guardano i manifesti che avevo affisso con la scritta “proprietà privata: divieto di transito alla cultura”; i manifesti sono listati a lutto; un bambino mi domanda: ma la proprietà privata è morta? È la domanda che contiene la risposta.
L’aia, la piazzetta, assumono una dimensione diversa: la dà il colore che assume un significato di identificazione e la volontà di cancellare il grigiore di sempre.
Io credo nella ricerca continua e concreta, nel lavoro di laboratorio come quello dei contadini nei campi, ma dichiaro che ogni conquista che si fa nell’ambito della propria ricerca (per quanto mi riguarda grafica) non deve diventare proprietà privata (solo per gli addetti ai lavori): questo aspetto oggi mi sembra il più pericoloso. Le mie monocalcografie colorate mi ricordano i fossili della libertà dell’uomo di oggi. Derivano da esperienze di grafica in genere (acquaforte, acquatinta, litografia, fotografia).
A differenza dell’acquaforte tradizionale, che rispecchiava leggi precise – dalla preparazione della lastra, alle morsure e stampa della matrice in rame, con copie che stabiliva l’artista – le monocalcografie sono esemplari unici e non hanno nessuna matrice. Ogni elemento della realtà viene da me dipinto e trasferito sulla carta per pressione, per cui ottengo le impronte fossili della composizione oggettuale, organizzata sul piano del torchio.
L’operazione di torchiatura continua come un atto esistenziale fino alla estinzione del colore. L’armonia cromatica e compositiva delle monocalcografie, tra l’altro, assume un valore di riproposta del vissuto e del rapporto uomo-natura, che va verso il dramma dell’inquinamento totale (da quello ecologico a quello politico).
Autodistruzione della propria identità umana.
Da questo nasce la necessità di imprimere ogni oggetto che dovrà testimoniare la dimensione dell’infinito vissuto, il bisogno di potenziare il linguaggio grafico, il desiderio intimo di comunicazione che non si può codificare e determinare in un campo con i suoi confini e i suoi limiti.
La scelta degli oggetti non è casuale poiché a livello inconscio c’è un appropriazione del valore estetico dell’oggetto fossile con il quale stabilisco sempre una intima comunicazione alchemica e gestuale.Giovanni Spiniello, Settembre 1977 Per ulteriori informazioni consulta il sito di Giovanni Spiniello

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