Storie di uomini e animali dell’antica Irpinia tra scrittura e disegno

1[…] La mostra di Giovanni Spiniello che si è tenuta per una settimana nel centro della città, al Circolo della Stampa, e si è chiusa il 26 dicembre, ha a che fare con le parole in maniera particolare: molte delle tele sono infatti illustrazioni al libro del figlio Virginiano “La rivolta delle pecore. Storie libertarie di animali rivoluzionari” (ed. Il Papavero), che raccoglie, rielabora e inventa storie di animali e uomini. Lo scrittore ha il grande merito di cogliere elementi della mitologia irpina e di ricrearli in nuovi racconti; di non trattarli quindi come oggetti da museo ma come materia vivente, che si può continuare a sviluppare e creare. Nell’epoca della infiltrazione capillare dei mass media, del protagonismo finto, precario e illusorio sul palcoscenico quotidiano dei social network, Virginiano Spiniello ha capito che per comunicare non occorre alzare la voce o cliccare ‘mi piace / non mi piace’, ma bisbigliare; che per essere ascoltati bisogna ridiventare cantastorie.
Ma per farlo occorre avere qualcosa da dire: come nelle opere autentiche, in questo libro lo stile e la modalità espressiva corrispondono profondamente al contenuto del messaggio, che è centrato sulla riappropriazione di un rapporto armonioso fra uomo e uomo, fra uomo e natura, non come nostalgia di una passata età dell’oro, ma come proiezione vitale verso il futuro.
“Come le pecorelle escon dal chiuso / a una a due a tre e l’altre stanno / timidette atterrando l’occhio e il muso / e ciò che fa la prima e l’altre fanno” (Purg. III, v. 79 ss.): questi famosi versi danteschi sono solo uno dei casi in cui le pecore sono metafora di un comportamento di passiva obbedienza. Ben diverse sono le pecore di Virginiano Spiniello: sono animali pensanti, non portatori di una rivolta a tutti i costi, ma di una ben più difficile riflessione sulla propria condizione e sul principio del potere, incarnato dall’uomo. Del resto chi ha avuto modo di osservarle da vicino sa che manifestano fortissima solidarietà tra gli elementi del gruppo. Se una pecora si smarrisce o si ferisce tutto il gregge la aspetta fino a quando non viene recuperata dal capobranco e riaccolta. Contro la metafora usuale dell’intruppamento, il libro e le tele presentano un mondo in cui bestie e persone si appropriano della loro possibilità di critica, di cambiamento, di azione: da simbolo di cieca gregalità le pecore diventano insegnamento di intelligente aggregazione.
Uomini e bestie che popolano quindi questi racconti, nella loro ricerca di pace e di libertà, sono raffigurati da Giovanni Spiniello in tavole in bianco e nero, dove le greggi si assiepano con mano più leggera sullo sfondo, lasciando in primo piano i protagonisti del dramma. Il padre ha messo la sua arte al servizio della parola del figlio nelle illustrazioni del volume, dove la mano acquista insospettata forza nel tratto dell’inchiostro steso con “pennino a cavallotto e piuma d’oca”, e in alcune grandi e piccole tele dove il colore (nuovi alcuni toni pastello) conferisce alle storie una dimensione onirica.
Le opere esposte al Circolo della Stampa rappresentavano in un certo senso una antologica della attività di un artista che meriterebbe davvero di essere valorizzato come preziosa risorsa per la città e di avere un’esposizione permanente in uno spazio pubblico rilevante; le sue tele sono infatti un originale repertorio della cultura irpina e le sue sculture potenziali, validi arredi urbani. Abbiamo trovato una Pasitea enigmatica e sorridente, scintillante di ori e gemme come una icona bizantina, che incarna “lo sguardo innocente della poesia”; la torre degli animali uno sull’altro, versione meridionale dei musicanti di Brema, dove vediamo una cavallina regalata, un cane che abita su Orione e un gatto che dimora sull’Orsa Maggiore, tutti sostenuti da una variopinta piccola Terra; una allegra cavalcata nel cielo di una pecora, un gatto grigio, un clown e un’acrobata in mezzo ad astri e pianeti; ancora un agnello che fa da intercapedine fra un globo sostenuto da due misteriose mani e pagliacci e regine musicanti nello spazio blu; divinità del grano e del mare e pesci ghermiti dal falco-arcobaleno; pavoni giganteschi e bambini rapiti da enormi amici uccelli.
Le storie del libro hanno portato in primo piano nell’universo fantastico del pittore i motivi della pecora, del lupo, del falco, abitatori dell’Appennino meridionale che sono anche protagonisti di tante fiabe popolari. Questi ultimi lavori quindi ci hanno fatto conoscere meglio lo Spiniello della grafica dal tratto forte e deciso e ci hanno messo ancora una volta in contatto con un universo poetico che di anno in anno si va arricchendo. Il suo itinerario nella cultura popolare è un viaggio all’interno della propria memoria, dove esperienze soggettive e ricordi collettivi si intrecciano indissolubilmente, costituendo un unico tesoro da cui trarre ‘cose vecchie e cose nuove’. Per questo, come accade ai veri artisti, nelle opere di Spiniello il massimo della soggettività corrisponde anche a un massimo di impegno civile, che non può disgiungersi mai dalla conoscenza e dalla cura delle radici culturali e materiali di una comunità.
E radici, vere radici, sono quelle che compongono uno dei quattro ‘re alberi’ che erano presenti alla mostra, composti con una tecnica (che un po’ ricorda Arcimboldo e un po’ Duchamp, e anche i begli oggetti di Giuseppe Antonello Leone, nativo di Lapio e fatto conoscere al grande pubblico da Daverio), che Spiniello chiama ‘fossilizzazione oggettuale’. Al posto di trilobiti e ammoniti, chi si avventura nelle selve dell’attuale paleozoico può facilmente imbattersi in antenne, bottiglie di plastica, tagliole. Con il figlio Virginiano, Spiniello ha ideato le ‘feste dell’albero vagabondo’ che in molti comuni irpini hanno insegnato ai bambini e ragazzi a fare una ricognizione nei loro boschi alla ricerca dei reperti disseminati dal contemporaneo “homo lunaticus”, per apprendere il contatto con la natura e la responsabilità verso l’ambiente. In una città alla cui periferia ogni tanto si incontrano delle greggi sarebbe bello vedere scendere delle pecore per le strade del centro storico e pascolare in una piazza Libertà diventata grande prato. Il libro di Virginiano Spiniello e le tele di Giovanni ci autorizzano a fare questi sogni, nella audace speranza che le terre della verde Irpinia e il suo capoluogo possano trovare vie di uscita dalla crisi attraverso il coraggio dell’arte, che coniuga impegno e bellezza.
Articolo di Costanza D’Elia, Prof.ssa di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale su il Quotidiano del Sud del 29/12/2014

N.B.
Il Quaderno “La rivolta delle pecore”, scritto da Virginiano e illustrato da Giovanni Spiniello, chiude idealmente il primo ciclo del viaggio dell’Albero Vagabondo sull’Appennino Campano. E’ una preghiera per la consapevolezza e il cambiamento, perché la rivolta è interiore e l’unica rivoluzione è il salto, l’evoluzione graduale, la tensione ai piccoli miglioramenti.

In accordo con le Edizioni Il Papavero, dopo aver diffuso gratuitamente in rete alcune delle favole a partire dal 2011, sarà sempre possibile continuare a leggere liberamente “La rivolta delle pecore” e “Riflessioni di una pecora nera: la tosatura” on line.
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Articolo Quotidiano del Sud 


Tavole, copertina e retro copertina

Immagini installazione, Tarantella Montemaranese, Makardìa

 

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