Sciacalli, pecore, lupi e il terremoto

IMG-20151108-WA0012 (1) Mi ricordo da bambino, dopo il terremoto, gli sciacalli che rubavano nelle case delle persone morte o di quelli che non potevano entrare, mentre scavavano ancora per cercare chi era rimasto sotto. Quando ne arrestavano qualcuno, dicevano, li tenevano lontani dagli altri carcerati, perché li avrebbero linciati.

Mi ricordo, prima, le lucertole e il caldo forte di novembre; poi le nevicate e il fumo intenso dei camini. Dormivamo sotto la capanna di Peppo, al paese di mia nonna e mia madre, sotto le coperte distribuite dai soccorsi: eravamo tutti uguali. Io, quando venne il terremoto avevo sette anni, abitavo al decimo piano sopra i Magazzini americani e stavo guardando Mani di velluto, così mi ricordo, forse è un déjàvu… Mia mamma disse che era un gioco e noi ci credemmo, fino a che ci portarono giù per dieci rampe di scale, correndo e gridando.

Poi, ma l’ho capito dopo, si fecero sotto i lupi a dire agli sciacalli più intelligenti come spartirsi la carne delle pecore.

Iniziarono con i soldi della ricostruzione, le fabbriche, le infrastrutture, i servizi pubblici. E le case con le stalle dentro diventarono villini; i figli di zappatori e pecorari, operai e impiegati d’ufficio.
La terra violentata più volte. Non c’erano nemmeno le leggi per tutelarla, la terra. Ogni paesino aveva la sua discarica, era tutto legale.

E oggi? Oggi, visto che c’è tanto spazio, dopo aver regalato a ogni paesino un nucleo industriale e magari tre o quattro depuratori spesso non funzionanti, hanno fatto le grandi discariche; si sono fermati e per prendere altri finanziamenti, hanno fatto i grandi parchi eolici che sembrava una cosa buona; poi, oggi, ce ne stiamo rendendo conto. E i grandi acquedotti si sono finiti di prendere le acque delle sorgenti, mentre i fiumi spariscono e ci ricordiamo che esistono solo quando arrivano le bombe d’acqua. E si parla di inquinamento delle falde solo come un rischio quando verranno a cercare il petrolio nelle nostre terre incontaminate. E l’Isochimica, la Novolegno, Pianodardine e il Calaggio e le aree industriali dell’Alta Irpinia, la Iato e la Solofrana e il distretto conciario. Soldi al posto della salute, mentre il Registro dei tumori non parte mai: qui c’è tanto spazio.

E la gente come è cambiata?
Mia nonna che durante la guerra iniziò a fumare sigarette americane – glie le davano gli scugnizzi napoletani sfollati – mi dice sempre che con i soldi è finito tutto. Io non lo so, non c’ero. Mi ricordo solo le pannocchie di mais e io che mi tuffavo dentro la paglia, la capanna di Peppo e il gelso, che ora sono un garage; e l’orto di mia nonna alla casa vecchia che ora l’ha venduto, ed è un parcheggio.

Ho scritto tante cose, incontrato tanta gente e sono diventato retorico e supponente, per quelli a cui non interessava niente; troppo mediato, per quelli che sapevano gridare più forte di me.

Però, oggi penso di essere fortunato, perché un mio amico mi ha mandato una foto di una lastra di amianto frantumato a duecento metri da casa mia in linea d’aria e un’altra foto della strada sterrata che è franata. E allora penso, bene, ora non saliranno più a sversare. Ma poi mi chiedo e se lasciano tutto davanti alla frana e se ne vanno?

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