Il ritorno del Re Albero

Lo spirito del re albero torna alle sue montagne

Un falco grida il suo benvenuto. Lo Spirito del Re Albero ha lasciato l’Albero Vagabondo ed è tornato alle sue montagne. E’ venuto a salutare gli amici faggi e castagni, le volpi e i tassi, i gufi e le civette, gli scoiattoli e le donnole saltellanti. Ma non c’è allegria nel bosco. I passerotti si affacciano spaventati, i picchi battono una melodia nuova sui rami dei pini rossi, le cornacchie avvisano rumorosamente che qualcosa non torna. La vecchia volpe rossa si avvicina allo Spirito del Re Albero e gli racconta che gli uomini continuano ad abbandonare rifiuti in montagna, nonostante i bambini, nonostante tutto.
Anche dopo le grandi feste del colore degli ultimi anni i grandi non hanno imparato la lezione. Non solo continuano a sversare rifiuti, ma li ricoprono con la terra e li nascondono dove non li si possa trovare facilmente. Come se il danno fosse solo per gli altri e non anche per i loro figli, i loro nipoti. Da quei rifiuti l’acqua delle sorgenti verrà inquinata per centinaia di anni. Inoltre, a valle, continuano a produrre tanti di quei rifiuti che non sanno dove metterli. E anche se ci sono dei posti più sicuri per le lavatrici vecchie, per le ruote e le batterie delle macchine, per la plastica e i rifiuti in genere, i grandi continuano a portare tutto in montagna.
Magari si sforzano e si affaticano per portare tutto lì, tra gli alberi, e non si interrogano nemmeno – perché si sa, porsi delle domande costa fatica – su dove vanno messi i loro rifiuti. Eppure i bambini, solo a dirglielo, avrebbero spiegato tutto ai grandi, gliel’avrebbero fatto capire bene. Perché – anche questo si sa – i bambini capiscono tutto più velocemente e meglio dei grandi.
A questo punto lo Spirito del Re Albero è stanco. Stanco di condividere queste considerazioni con una vecchia volpe che la pensa come lui, ma non può farci niente. Pensava che gli uomini avrebbero capito non le sue parole, ma almeno quelle dei bambini. E se anche i bambini, crescendo, si sarebbero dimenticati del bosco? A cosa sarebbe valso? A cosa sarebbe servito. Tanto varrebbe, pensava lo Spirito del Re Albero, mentre contemplava inorridito un vecchio frigorifero abbandonato, seguire gli elfi e le fate e abbandonare la Terra agli uomini. Meditava di lasciare l’Albero Vagabondo e di andare via, nella Terra Incantata, portando con sé tutti gli animali del bosco e gli alberi che potevano seguirlo.
Il vento Antonio, un vento che sempre lo aveva sostenuto, iniziò a soffiare dolcemente e gli scompigliò le frondose chiome, i rami pensosi e forti che si protendevano verso il cielo. Lo Spirito del Re Albero, allora, si mosse lungo la strada che portava a casa sua, su in alto. Nella foresta dei faggi i sentieri sono distrutti dai quad che salgono a scorazzare, molti suoi antichi compagni sono stati abbattuti: l’uomo arriva anche dove prima non riusciva a salire. Il vento Antonio soffia ancora più dolcemente e, da lontano, il Re Albero vede un vecchio lupo avvicinarglisi. Ha fatto un lungo viaggio – viene dalle montagne del nord – ed è stanco, vuole incontrare lo Spirito del Re Albero.
– Nei boschi del nord la situazione è la stessa – dice il lupo ansimante, quasi sta per crollare. Un leprotto spaventato gli si avvicina e lo sorregge, in questi casi anche il tuo peggior nemico è un alleato.
– Su compare lupo, – gli fa tremante, sorreggendolo – fermati un po’, ti prego.
Il lupo si posa sulle zampe anteriori e poi, pian piano, si mette a cuccia, ai piedi dell’Albero di Faggio dove lo Spirito è tornato.
Sente che il Re Albero non vuole più correre, non vuole essere più l’Albero vagabondo, non gli importa più niente nemmeno dei suoi alberi, degli animali e dei bambini.
– Il vento Antonio ha iniziato a soffiare ieri mattina, all’alba, – cominciò il lupo. Ma il Re non rispose.
– Quando soffia in quel modo particolare tu sai che non gli si può proprio dire di no. E allora l’ho seguito. Vengo dalle montagne del nord e ho corso a perdifiato tutto il giorno e la notte. Per venire su questa montagna ho attraversato tutte le altre e in ogni montagna c’erano cumuli di immondizia, nessuna si salva.
Si fermò un attimo, perché gli sembrava che il faggio dove si era rifugiato il Re Albero stesse scricchiolando.
– Ma in ogni montagna, proseguì, gli alberi parlavano di questi bambini e dei loro genitori, dei loro maestri e di tutti quelli che salivano a vedere cosa potevano fare, o almeno a vedere quanto è bella la montagna, prima che finisca. Il faggio bofonchiò qualcosa, ma non parlò.
– Capisci, disse il lupo, – che sono solo agli inizi. Sono decine e decine di anni che gli uomini si comportano così, non puoi pensare di cambiare tutto in due estati e in due autunni e non puoi andare via adesso.
Il faggio che era il Re Albero si agitò e parlò.
– No, non andrò ancora via, non del tutto. Forse, lentamente, scomparirò. Saranno i bambini (e chi mi vorrà) che mi dovranno cercare. Saranno loro che dovranno salire in montagna e venire a trovare me e tutti voi animali. Il mio Spirito resta ancora nell’Albero Vagabondo e nell’Albero Metamorfo, ma io sono qui, resto con i miei amici alberi, vicino alle sorgenti. Aspetterò ancora per vedere cosa faranno a queste montagne e ogni ferita sarà la mia, perché non posso stare più lontano dai miei fratelli.
Il lupo capì, si alzò e tornò alla sua foresta, tra le montagne, al nord. A tutti quelli che gli chiedevano il lupo disse: “adesso dipende tutto dai bambini”. Chi restava sorpreso, chi perplesso, chi sorrideva, contento.

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