Lo Spirito del Re Albero

urlo-della-montagnaC’era una volta, sui monti Picentini, in Campania, un albero particolarmente triste e arrabbiato. Gli uomini non salivano più in montagna a passeggiare o a coltivare la terra. Sempre più spesso salivano con i loro mezzi a motore e abbandonavano sotto i suoi rami e quelli dei suoi figli e dei suoi amici tutto quello che gli dava fastidio, che non usavano più, che gli era venuto a noia.
Con la pioggia e col sole, col vento e, a volte, anche con la nebbia, gli uomini salivano e sporcavano. Solo con la neve l’albero riusciva a riposare, quando la montagna era piena di bianco e tutto era candido e silenzioso.
C’era, tra l’altro, chi lasciava buste di plastica, chi lanciava vecchi materassi, chi abbondanava frigoriferi, motorini, anche vecchi giocattoli, purtroppo. Ai piedi degli alberi non c’era più l’erba, non c’erano più le fragole, né le margherite.
Qualche albero era più fortunato, ma solo perché si trovava lontano dalle strade asfaltate e dai sentieri. Le more crescevano ancora sui rovi, però i merli e i pettirossi non andavano più a farci il nido. Era tutto sporco.
In montagna salivano uomini giovani, vecchi, anche donne, eppure l’albero non aveva mai visto dei bambini buttare via le cose. E allora sperava. Un giorno che le sue radici non ebbero più spazio, che i suoi rami divennero tutti grigi, l’albero pregò forte e chiese aiuto. Il suo grido arrivò lontano e tutta la montagna si svegliò, iniziando a chiamare le altre montagne. E i falchi presero a volare sempre più in alto, lasciando stare i topolini sui prati e chiamando forte anche loro, insieme alle rondini che non se ne erano ancora andate.
L’albero iniziò allora il suo viaggio, scese dalle montagne. Non ce la faceva a camminare con le sue vecchie radici, quindi dovette lasciarle. Non ce la faceva e cercò di usare quello che c’era intorno. Ma intorno c’era solo spazzatura e dovette arrangiarsi. L’albero era proprio arrabbiato e si fece forza. Si costruì un tronco di spazzatura e dentro c’era anche parte dei suoi vecchi rami, c’era ferro, plastica, di tutto.
Provò ad alzarsi, allora, e a camminare e trovò chi lo portasse dai bambini.E ai bambini, adesso che ha iniziato il suo viaggio, l’albero vagabondo chiede aiuto. Vi chiede di disegnare una montagna bella come era prima, di dipingerla e di riportargliela lì. Di immaginare sorgenti chiare, fiumi, boschi, animali e di metterci dentro tutti i colori, tranne il nero e il grigio perché è stanco e non ne vuole più sapere di colori così adulti.  Di mettere il bianco, il verde, il rosso e il marrone, il giallo e l’arancione, il blu e l’azzurro, il viola e ogni colore, ogni colore che riusciranno a immaginare. E adesso aspetta i bambini, tutti i bambini. E spera che con i loro colori riusciranno a divertirsi e a sognare, a giocare.  E con il gioco ed il sorriso non sarà più arrabbiato. Anzi, al pensiero, già adesso sorride, aspetta i loro colori così caldi e gioiosi, belli e forti, gli unici che potranno scacciare quei neri e grigi così tristi dalle sue montagne. E i lupi, le volpi, i falchi e i passerotti, gli scoiattoli e le civette, i gufi e i topolini, tutti gli animali aspettano i colori dei bambini, insieme ai faggi e ai castagni, alle querce e alla rosa canina, alle ortiche e al timo profumato. E’ già un concerto in montagna, ora che i bambini disegnano per tutti loro. E l’albero vagabondo, contento, allarga il suo sorriso e non si ferma, continua a camminare. Vuole dirlo a tutti i bambini, perché tutti i bambini sanno ancora disegnare, giocare e sperare.

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