Agricoltura biologica. Un biodistretto nei Picentini.

In Irpinia nel 2008, secondo le stime dell’Assessorato all’Agricoltura regionale, c’erano 67 produttori biologici su un totale campano di 636, di cui oltre la metà in provincia di Salerno. La presenza maggiore, circa il 50%, è nei comprensori dell’Alta Irpinia e del Terminio Cervialto. Sono aree di grande pregio naturalistico con le importanti cime del Polveracchio, del Montagnone di Nusco, del Terminio e dell’Accellica dove abitano ancora lupi, nibbi e poiane. Nelle zone pedemontane oliveti, castagneti da frutto, vigneti, noccioleti, ma anche frutteti di mele annurca e limoncella, pere, ciliegi e poi tartufi e funghi, senza dimenticare il caciocavallo dop e il pecorino di Carmasciano. Basterebbe ottenere la certificazione bio dei pascoli demaniali e molti produttori avrebbero una nuova fetta di mercato oltre quella tradizionale.
Nel vicino Cilento l’AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) insieme al Parco Nazionale del Cilento ha attivato il primo distretto biologico, un’idea che si potrebbe esportare nei Picentini e forse nei comuni limitrofi dell’Alta Irpinia con diversi vantaggi sia per lo sviluppo sostenibile – con il mercato di prossimità e la filiera corta – sia per la tutela della biodiversità innescando finalmente nelle aree interne un significativo flusso di turismo naturalistico. Da noi il Parco Regionale dei Monti Picentini potrebbe mettere insieme i comuni irpini e, magari, salernitani per un nuovo Biodistretto dei Picentini. Antonio Paparo, agronomo e nuovo presidente dell’AIAB Campania, conforta queste ipotesi.
Paparo quale è oggi lo scenario dell’agricoltura biologica?
“Il trend dell’agricoltura biologica – afferma Paparo – è in continua crescita, purtroppo i consumi maggiori di prodotti bio si misurano al centro e ancor più al nord Italia, nonostante la Campania sia tra le prime produttrici in Italia. I produttori bio trovano meno difficoltà nella commercializzazione dei propri prodotti rispetto ai prodotti convenzionali e, aderendo ad associazioni come l’AIAB, hanno il vantaggio di usufruire di forme di commercializzazione alternative. Penso alle piattaforme commerciali, dove il prodotto conferito viene passato direttamente ai punti vendita o alle catene di ristorazione collettiva (mense bio) e tradizionale (ristoranti bio), o ai gruppi di acquisto, che mettono in relazione diretta il produttore ed i consumatori con vantaggi in termini economici per l’agricoltore e in termini di qualità e garanzie per il consumatore.
Per un’agricoltura di montagna già di per se svantaggiata perché meno meccanizzata e meno produttiva è importante puntare su produzioni di nicchia e di qualità, qualità che può essere garantita solo da una certificazione bio, abbinando le due cose si riuscirebbe a garantire al produttore un reddito più alto”.
E in Irpinia?
“Ci sono tutti i presupposti per la nascita di un Biodistretto, in particolare nel comprensorio dei Picentini, dove si potrebbe sviluppare la realtà agricola esistente dandole un valore aggiunto con la certificazione BIO e creando una rete che metta insieme le associazioni di categoria esistenti e gli enti locali”.
Ma come fare? Quali indicazioni si sente di dare?
“In una prima fase bisogna interagire con enti e produttori per individuare tutte le peculiarità del territorio e delle esperienze agricole. Questo al fine di creare un sistema organizzativo/produttivo capace di offrire a chi si avvicina dall’esterno un territorio quanto più naturale possibile con integrato all’interno di esso un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e al tempo stesso capace di dare un reddito dignitoso a chi si spende per portarla avanti salvaguardando antiche tradizioni, varietà tipiche e autoctone specifiche di quei posti e il territorio stesso.
Poi c’è una  seconda fase…
“Se riusciamo a mettere insieme tutte queste esperienze si possono poi creare eventi, momenti formativi, seminari che diano al Biodistretto nascente visibilità a livello regionale, nazionale e non solo, in modo da diventare un riferimento per i produttori agricoli e allo stesso tempo un attrattore turistico, così da attirare in questi territori un target attento, alla ricerca di percorsi turistici alternativi, alla scoperta di un territorio sano che offra prodotti sani”.

 

Autore Virginiano Spiniello, Il Mattino di Avellino, 27 luglio 2011

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